Bisogna accettare, com-prendere, la nostra necessità di storie per ridimensionarle e darle il giusto peso ed il giusto posto.

Uno scrive storie, o le racconta, per allontanare la paura del buio, per riempire e allontanare il « vuoto », così complicato da accettare. Quel vuoto che la saggezza sembra aver pazientemente accettato e integrato.

Smettere di raccontare storie, pertanto, non significa aver fatto quel passo verso la saggezza. Smettere di sperare, di desiderare, di trasmettere, di sognare, di creare, può sembrare una soluzione : non riempire più il vuoto con illusioni e concentrarsi su « quello che c’è ».

Ma cosa « c’è » ? il visibile ? il controllabile ? lo spiegabile ?
Di quale « realtà » possiamo dire con certezza che sia l’unica, la vera?

Le storie nascono dove il filosofo riflette e il poeta contempla, in mezzo al vuoto che l’uomo vorrebbe riempire per non avere paura. In billico tra la vita e la morte, sospesi su un filo al di sopra del vuoto che a tutti fa tanto paura, tra rispetto e sfida.

Lì, avanzano solo più poeti, filosofi e artisti, al costo della proprio innocenza ed incollumità, mettendo in gioco l’anima, alla ricerca di una verità forse eternamente innafferabile, giocando con forzata leggerezza a deridere il vuoto. Sperando di tornare per poter raccontare.

Ogni dono personale ha in sé un seme che germoglia per tutti. Se riescono a tornare, loro raccontano. E nei loro racconti, tutta l’umanità, in sicurezza all’interno di una metafora, può passeggiare serenamente tra i buchi neri e udire voci che si sentono solo lì.